La neurochirurgia funzionale
Note Storiche
Nell'antichità
Nell’antichità il dolore é un soggetto sia della filosofia che della medicina. Nel culto di Adoniso il dolore é considerato divino e, allo stesso tempo, interpretato come strumento della soggettività individuale. Secondo Budda la vita é dolore; gli dei greci soffrono; anche per la religione cristiana il dolore ha un ruolo essenziale.
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L' angoscia umana (l' urlo)

Pitagora sottomette la malattia ed il dolore alla libertà dell’uomo con la constatazione "che gli dei non hanno alcuna colpa delle sofferenze e che tutte le malattie e dolori del corpo sono il prodotto delle dissolutezze". Platone e Aristotele imputano il dolore al divertimento ed alle passioni, disconoscendogli in questo modo un significato proprio. Sin dall’antichità il dolore viene concepito sia come dolore del corpo che dell’anima. La morte di Laocoonte ha emanato il suo fascino nelle arti, nella letteratura e nella filosofia persino nei tempi moderni. Come dice un epigramma del poeta greco Automedone, la felicità come liberazione dal dolore dell’anima può essere raggiunta principalmente per mezzo di tre cose: innocenza, celibato e mancanza di figli".

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Nel Medioevo

Il medioevo dà al dolore una prova e più profonda dimensione secondo la prospettiva teologica. Decisivo é il rapporto con l’aldilà: dietro ogni dolore, come dietro ogni malattia, c’é il Cristo sofferente (passio Christi). Secondo Hegel la religione cristiana ha inizio "dalla divisione assoluta e scopre il dolore nel momento in cui rompe l’unità naturale dello spirito e distrugge la pace naturale".

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Il sacrificio di Cristo

Le rappresentazioni figurative del dolore destano una grande impressione, come ad esempio l’ "ecce homo", oppure la "Maria addolorata", nel Giobbe dell’Antico Testamento o nei martiri cristiani. Il peccato originale, la colpa personale e il mettere alla prova da parte di Dio sono le vere cause della malattia e del dolore. Le anomalie sessuali causano la ferita di Anfortas, la richiesta di pietà di Parsifal la fa richiudere. Nelle sue "Confessioni" Agostino mette in guardia da un’idealizzazione del dolore già all’inizio del Medioevo: "Si può accettare un dolore, ma non esiste uno che potremo amare".

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Nell'era moderna

Con la secolarizzazione del rinascimento tutto lo sviluppo moderno subisce l’importanza del contrasto tra la liberazione dal dolore e la sua interpretazione. Bacone e Cartesio trovano delle possibilità finora insospettate per prolungare la durata della vita ed evitare la malattia e la sofferenza, a volte persino la morte."La fonte dell’eterna giovinezza" (1546) di Lucas Cranach é un’illustrazione figurativa di queste speranze. Blaise Pascal fa invece derivare dall’idea del "mondo ad imitazione di Dio" il concetto secondo il quale non solo la perfezione, ma anche i difetti del mondo sono necessari.Montaigne é convinto di aver tratto vantaggio dalla sua colica, "così essa terminerà quello che io non era riuscito a fare, rassegnarmi alla morte e familiarizzarci". Montaigne e Pascal trovano entrambi nel dolore un valore positivo, l’uno dal punto di vista stoico, l’altro da un punto di vista cristiano.Nel XIX secolo Nietsche criticherà il cristianesimo, "la sofferenza non deve essere considerata come una parte inevitabile dell’esistenza, al contrario bisogna riuscire a domarla", perché considerando la sofferenza nella "prospettiva della colpa" se ne presentano sempre delle nuove. Per il XVIII secolo dell’illuminismo si pone l’interrogativo provocatorio - risolto in parte dal terremoto di Lisbona del 1755 - di un Dio che ammette l’infelicità e il dolore. Il dolore é individualizzazione e solitudine.

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